Le badesse mitrare del Monastero di San Benedetto di Conversano

The mitrare abbesses of the Monastery of San Benedetto di Conversano

CENTRO STORICO DI CASTELLANA GROTTE

La badessa è la superiora di un monastero autonomo di monache. Variante antica del termine «badessa» è quello di «abbadessa», dal latino «abbatissa» parola presente già nella codificazione di diritto romano, operata dall’imperatore Giustiniano. In essa la derivazione dal greco «ἀββᾶ» è evidente. «Ἀββᾶ» è trascrizione dell’aramaico «ābā», che significa “padre”, da cui tutti i vocaboli derivati, tra i quali «abate», «abbazia» e «abbadessa». L’espressione indica particolarmente l’autorità e la paternità spirituale di chi si prende cura delle persone che ha accanto e dei propri beni.
Le badesse erano, quindi, donne che, nell’esercizio del loro mandato, hanno svolto un ruolo di particolare importanza e responsabilità. Ciò è durato da tempi lontani fino all’epoca in cui tale loro potere è stato soppresso. La giurisdizione “quasi episcopale” delle badesse fu eliminata in momenti diversi, in Paesi diversi. In Italia, il potere giurisdizionale delle badesse fu soppresso definitivamente a seguito della calata napoleonica. In Inghilterra, quel potere giurisdizionale delle badesse fu eliminato ancor prima dell’avvento napoleonico, già con Enrico VIII Tudor (1509-1547), promotore dello scisma d’Inghilterra ed instauratore della Chiesa anglicana, il quale decretò la soppressione dei monasteri.

IL MONASTERO DI SAN BENEDETTO DI CONVERSANO: UN CASO EMBLEMATICO DI GIURISDIZIONE ABBAZIALE FEMMINILE
Un caso emblematico di badesse con giurisdizione “quasi episcopale” è quello del monastero si San Benedetto di Conversano in terra di Bari. Nel
Nel 1266 giunse a Brindisi, profuga dalla Romania, una comunità di monache guidate dalla badessa Dameta Paleologo che erano i membri della famiglia imperiale di Costantinopoli. A essa, per ordine del papa Clemente IV (1265-1268), fu concesso il monastero di San Benedetto di Conversano di Bari, con annesso territorio: la chiesa e il villaggio di Castellana. Fin dal suo primo apparire, questa comunità monastica femminile, fu accolta da una serie di concessioni e privilegi papali, a riprova di come fosse ben voluta dalla Santa Sede. Infatti, un decreto pontificio stabilì che l’abbazia non fosse sottoposta alla giurisdizione del vescovo di Conversano, ma dipendesse direttamente dalla Santa Sede. Ciò significa che le badesse erano titolari di giurisdizione “quasi episcopale”.
Quando, dal 1266, a San Benedetto di Conversano si insediarono le monache, la badessa ereditò il monastero, con annesso territorio e tutti i diritti e privilegi, dai precedenti abati. Quindi, fin dalle origini del loro insediamento, le badesse godettero di giurisdizione “quasi-episcopale”, che consolidarono con ulteriori bolle pontificie. Lo storico Domenico Morea scriveva di “un’abbadessa in mitra e pastorale, la quale per cinque secoli, dal 1266 al 1810, esercitò la giurisdizione feudale ed ecclesiastica sul clero e popolo della grossa terra di Castellana”, che le doveva obbedienza e sottomissione.
Dameta, durante il suo governo, aumentò i beni del monastero e consolidò quelli ricevuti in occasione del suo insediamento. La monaca, molto accortamente, di tutto ciò lasciò una precisa documentazione, sempre gelosamente conservata. Grazie anche alla sua previdenza, le numerose controversie che l’abbazia dovette sopportare nella sua tormentata storia giuridica, ebbero esito felice. Le badesse seppero difendere i propri diritti e privilegi, con non comune abilità, nelle lunghe contese coi vescovi di Conversano e col capitolo di Castellana.
Alla morte di Dameta, nel 1270, fu eletta badessa Isabella, che continuò nella politica di colei che l’aveva preceduta. Innanzitutto, chiese protezione al papa Gregorio X (1271-1276)150, che la concesse con bolla del 29 luglio 1272. Durante il suo abbaziato cominciarono a rendersi tese le relazioni con la diocesi e, nel 1274, ci fu la prima controversia con il vescovo di Conversano, Stefano I. Il motivo dello scontro era che questi aveva ordinato diacono un chierico di Castellana senza previe dimissorie della badessa. La causa fu giudicata da Enrico, arcidiacono di Taranto, che si pronunciò a favore di Isabella. Essa seppe ben utilizzare, quell’occasione, i documenti provanti le esenzioni e i privilegi del monastero, da lei trascritti e conservati.
Nel 1518, la allora badessa cedette al conte Acquaviva di Conversano la giurisdizione baronale su Castellana, in cambio di una rendita annua fissa. La motivazione di questa decisione era data dalle cresciute difficoltà di amministrazione di quel territorio, divenuto ricco, famoso e con una popolazione in aumento. Pur diminuito il potere temporale del monastero, la giurisdizione spirituale su Castellana non era venuta meno. Ne sono una crescente conferma le frequenti liti in ambito giurisdizionale con il suo clero e con i vescovi di Conversano, dalle quali le badesse uscirono sempre vittoriose. I Vescovi ed il clero non gradivano di essere sottomessi a una donna, ma non riuscirono mai a strapparle “il pastorale”. Donne potenti, di nobili origini, protette dalla Santa Sede.
Il primo grave avvenimento d’intolleranza del clero di Castellana verso le dirigenti monache, raccontato, dallo storico Marco Lanera, si verificò nel 1560. Alla morte della badessa Barbara Acquaviva, il capitolo di San Leone stracciò la bolla con cui la donna aveva investito dell’arcipretura il sacerdote Filippo de Basiliis, per reinvestirlo con una propria, usurpando così la giurisdizione abbaziale. La successiva badessa, Isabella Acquaviva, ottenne però immediatamente dalla Santa Sede la conferma giuridica delle sue competenze, sottomettendo il clero dipendente. Di nuovo la medesima badessa Isabella, nel 1569, per richiamare i chierici alla sottomissione, che volevano sottrarsi al suo dominio cambiando abito, dovette rivolgersi alla Santa Sede. Il papa, Pio V ( 1566-1572), la sostenne con il motu proprio del 5 agosto, con cui ne confermava la giurisdizione e la soggezione del clero.
Le liti continuarono e nel 1773 fu la volta del clero di Castellana, contrario alla giurisdizione abbaziale affidata a una donna. Ormai, il potere giurisdizionale del monastero si andava affievolendo, fino a estinguersi con il decreto dittatoriale di Gioacchino Murat, in seguito all’invasione napoleonica che comportò il crollo di tutto il sistema delle esenzioni.
Tutti gli istituti religiosi furono soppressi oppure, se avevano un miglior destino che ne consentiva la sopravvivenza, posti sotto la giurisdizione dei vescovi favorevoli al regime napoleonico. Anche il monastero di Conversano passò alla giurisdizione del vescovo e di fronte a Murat, non vi era né papa né re che potesse difenderlo. La priora, allora al governo in attesa dell’elezione della nuova badessa, ne fu informata soltanto indirettamente. Scrisse perciò una lettera a Murat, da cui non ebbe mai risposta, ritenendo di dover far conoscere l’antica consuetudine su cui si fondava il diritto all’esenzione, fornendo l’elenco delle bolle pontificie a sostegno del diritto del monastero al titolo di praelatura nullius dioecesis, assicurandolo che mai era stato ritenuto disdicevole o mostruoso che una badessa fosse investita di giurisdizione “quasi-episcopale”. Ma il decreto di Murat “Deleatur hoc monstrum Apuliae”, giunse in data 2 maggio 1810, abolendo per sempre la giurisdizione vescovile della badessa di San Benedetto di Conversano. Un potere spirituale abolito da un’autorità laica.

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